Il presente testo nasce come riflessione scaturita dall’adesione della nostra Associazione alla manifestazione di Contiamoci! svoltasi a Roma il 18 ottobre 2025.
L’Associazione CoScienze Critiche nasce al culmine della repressione del dissenso e dall’incredulità nei confronti di un sistema universitario completamente schierato dalla parte della repressione. In un mio intervento su La Fionda scrissi che questa repressione riproduceva e mimava le dinamiche della colonizzazione storica. Innanzitutto, la creazione di un assetto di guerra, la militarizzazione dell’informazione e delle centrali epistemiche (scuole, università, istituti di ricerca, ecc.), un territorio da disciplinare e dominare (i nostri corpi), delle armi da impiegare (i vaccini) e infine dei “barbari”, i “no vax”, da rieducare o sottomettere con la forza. Si tratta di un processo non nuovo nella storia umana.
Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU per i diritti umani nei territori palestinesi, fin dai suoi primi rapporti ha insistito sulle caratteristiche coloniali del progetto israeliano. In un’intervista di alcuni mesi fa con Corrado Formigli, concluse con queste parole: “Se non ci svegliamo, questo [il genocidio] diventerà il modo per gestire le masse.” Francesca ha ragione. Però bisogna ricordare (a lei come a tutti coloro che sono giustamente scesi in piazza in queste settimane) che quel “metodo” di gestione delle masse è iniziato nel marzo 2020. La filiera economica, politica, industriale, mediatica e scientifica legata al genocidio non è diversa né slegata da quella della pandemia. L’area geopolitica di queste forze è nota. Fra le prime ventinove media company al mondo (termine che include aziende i cui interessi spaziano dalla produzione di contenuti alla gestione delle infrastrutture, per esempio Disney e Alphabet) diciotto sono statunitensi, quattro cinesi, due giapponesi, una francese, una anglo-olandese, una olandese, una tedesca, una svedese. Il flusso dell’informazione giornalistica globale è gestito da tre agenzie di stampa: Associated Press (Stati Uniti), France Press (Francia) e Reuters (Regno Unito). Tutte le notizie che leggiamo, escluse le cronache locali, originano da queste “big three”. Per quanto riguarda la produzione scientifica, le riviste scientifiche sono in mano, sostanzialmente, a un oligopolio formato da sei gruppi editoriali (che per altro sono fra gli editori più ricchi del pianeta): RELX Group (Regno Unito), Thomson Reuters (Canada), Pearson (Regno Unito), Wolters Kluwer (Olanda), Springer (Germania) e Wiley (Stati Uniti). Per avere un’idea, nel 2025 il fatturato di Thomson Reuters, il primo in classifica, è stato di 6,4 miliardi di dollari, seguito da RELX con 6,1 miliardi. Questi due giganti sono anche proprietari rispettivamente di Web of Science e Scopus, i database che indicizzano milioni di riviste e che vengono usati per valutare la qualità della ricerca nelle università di tutto il mondo. Un’analisi di ricercatori canadesi, basata su 45 milioni di documenti, ha confermato che sia nelle scienze naturali e mediche sia nelle scienze sociali e umanistiche, “cinque editori rappresentano più della metà della produzione odierna di riviste”. I primi tre editori sono RELX, Taylor & Francis e Wiley-Blackwell e si aggiungono gli altri due editori di punta, Sage e Springer, si raggiunge il 53% di tutti gli articoli pubblicati. Da qui, l’espressione “Big Five” che – sarà un caso – riguarda anche i cinque “Big Tech” padroni dell’infrastruttura della conoscenza digitale del pianeta: Google, Amazon, Facebook-Meta, Apple e Microsoft. Non entro nella questione dell’anglofonia e del ruolo dell’egemonia linguistica, tema di cui mi sono occupato in altre occasioni, ma è evidente che la coesione culturale delle cosiddette “Anglo-settler democracies”, ovvero le democrazie coloniali anglofone, è un pilastro essenziale di tale assetto.
A questa lista manca solo un elemento, quello che forse ci interessa di più in questo contesto: l’industria farmaceutica. Anche qui l’egemonia occidentale e in particolare statunitense è fuori discussione. Fra le prime dieci aziende al mondo per fatturato sei sono americane, due svizzere, una britannica e una francese. La proporzione si mantiene inalterata anche considerando le prime venti: metà sono statunitensi. La prima in classifica è Merck & co. con un fatturato nel 2024 di 64,1 miliardi di dollari. Per la prima volta in quattro anni Pfizer è al secondo posto con 63,6 miliardi: nel 2022, in piena epoca COVID, aveva superato i cento miliardi di dollari. Un singolo colosso farmaceutico fattura quasi il doppio dei primi dieci editori scientifici citati sopra (38,7 miliardi nel 2023), rivaleggiando con le media company (Comcast 112 miliardi di euro, Meta 124 miliardi di euro).
In definitiva, le leve di internet, dell’informazione, dell’intrattenimento, della pubblicazione scientifica e della produzione di farmaci (ma potremmo includere anche altri settori, come le armi, il cibo, ecc.) sono prevalentemente nelle mani degli Stati Uniti, con alcuni tentacoli in paesi allineati, sostanzialmente NATO, e un’unica isola minacciosamente sovrana: la Cina.
Risulta evidente che tale sistema non metta insieme solo entità legate da una lingua, una storia e una geografia: si tratta dello stesso progetto politico. E al cuore di tale progetto vi è il controllo della rappresentazione e produzione della realtà. Questo controllo, nella storia degli ultimi secoli, viene esercitato seguendo una scala di violenza modulata a seconda delle circostanze. La sorveglianza di massa di cui parla l’Albanese nel suo rapporto sull’economia del genocidio risale agli anni Settanta, ma le proporzioni furono rivelate da Edward Snowden nel 2013. Lo stesso Snowden che nell’aprile del 2020 affermò che i governi del mondo stavano usando la pandemia per costruire “l’architettura dell’oppressione”. Le proteste di queste settimane sono un fenomeno estremamente positivo, ma se non si diffonde la consapevolezza che Gaza e i palestinesi – in lockdown dal 1948 – sono lo specchio dell’auto-colonizzazione dell’occidente, i movimenti di protesta e qualsiasi progetto politico di cambiamento nasceranno amputati di un pezzo di verità. Attenzione: non sto parlando di un (sacrosanto) problema di memoria, di giustizia e di ripristino della legalità internazionale. Qui non stiamo rivangando il passato perché vogliamo essere solo risarciti moralmente e materialmente. No. Stiamo affermando che la pandemia ha segnato uno spartiacque antropologico, epistemico e dunque politico. Nella letteratura socio-economica si parla da anni di “geopolitica delle malattie” e dello slittamento securitario della sanità globale, ovvero dell’uso “legittimo” di strumenti eccezionali in caso di emergenze. Tale deriva era nota agli addetti ai lavori, eppure quasi tutti i medici, scienziati, intellettuali, accademici e giornalisti, soprattutto in Italia, si sono rifiutati di prendere in considerazione la più banale delle circostanze: un’emergenza sanitaria giustifica e legittima l’uso di strumenti eccezionali.
Pare incredibile e anche un po’ ridicolo: oggi possiamo parlare di Ucraina, possiamo criticare (forse) la NATO, possiamo persino parlare di genocidio a Gaza, alla fine di due anni di massacri impuniti. Ma non possiamo parlare di pandemia, di lockdown, mascherine, protocolli e soprattutto – soprattutto – non possiamo (non dobbiamo) parlare di vaccini. Ogni scempio può essere sdoganato, ogni morto disseppellito, ogni idolo infangato, ogni tempio incenerito, ma il solo accennare all’esperimento condotto sui corpi di più di cinque miliardi e mezzo di abitanti del pianeta (circa il 70% della popolazione mondiale avrebbe ricevuto almeno una dose) è garanzia di esclusione immediata e perenne dal consesso civile. Non mi interessa qui entrare nel merito delle questioni medico-sanitarie, dove per altro non avrei alcuna competenza. La mia domanda è un’altra: qual è il significato profondo del perdurare della violenza, della rimozione e del silenzio nel discorso pubblico sulla COVID-19? Vi è ancora qualcosa di inquietante e oscuro in questa vicenda che fa fatica a emergere alla coscienza collettiva. Ma l’indicibilità è sempre la spia di una verità. Non voglio dire che qualcuno abbia in tasca la verità: qui per “verità” mi riferisco all’esperienza taciuta, negata e soppressa di milioni di persone. E una vera trasformazione, un vero cambiamento – come qualsiasi rivoluzione, che sia politica o religiosa o entrambe – è possibile solo quando l’indicibile diventa dicibile. L’esistenza senza verità è infatti un cantiere inagibile, un ponte sul vuoto. Certo, se tale “verità” fosse dicibile, ai padroni del sapere, gli epistemiarchi, rimarrebbero ben poche carte da giocare.
A questo punto che cosa potremmo e dovremmo fare, come mondo della ricerca “superstite”, per rendere dicibile, e quindi visibile, questo filo che lega l’esperienza della pandemia con l’attuale stato di pre-guerra? Prestigiosi intellettuali e studiosi definiscono con disprezzo “pensiero magico” tutto ciò che non è conoscenza certificata dagli enti istituzionali, gli stessi che i governi si apprestano a controllare manu militari (si veda l’ultimo progetto di riforma dell’università italiana). Volutamente si mescola il tema della disinformazione con quello dell’invisibilizzazione delle opinioni discordanti, e quello della “comunità scientifica” (che non esiste in quanto tale) con quello della militarizzazione della ricerca. Ricordiamo che Nature, considerata la più prestigiosa rivista scientifica al mondo, durante l’ultima campagna presidenziale USA, pubblicò un editoriale intitolato “The world needs a US president who respects evidence”.
Questo cortocircuito fra episteme e polis, tra pathos e logos, è dunque il cavallo di battaglia (letterale) di chi dovrebbe rappresentare la razionalità scientifica ai più alti livelli. Chi combatte le fake news, le pseudoscienze, la disinformazione, ecc. non lo fa dunque a beneficio della verità, ma per conservarne il monopolio. Ecco che vengono tirate in ballo categorie desuete, come quelle di “pensiero primitivo”, un armamentario terminologico e concettuale leggermente più sofisticato delle classiche etichette del mainstream: “complottista”, “negazionista”, “no vax”, ecc. Ma la sostanza è identica. Nessuno di questi colleghi sembra disposto a discutere il ruolo del potere nella costruzione delle “verità accettabili”, riconosciute e legittime. Il cortocircuito fra infrastrutture e sovrastrutture è evidente. Il razionalismo dei premi (ig)Nobel, di fronte al legame fra produzione della conoscenza e potere (tematica che ha riempito le biblioteche nell’ultimo secolo), misteriosamente, si arresta.
Mi chiedo disperatamente da quattro anni: perché così pochi amici e amiche, nel mondo della cultura, della ricerca e dell’università, sono state disposte ad accettare che la pandemia non sia stata una parentesi, ma l’inizio, anzi la continuazione, di un processo di autodistruzione e auto-colonizzazione, spirituale prima ancora che materiale? (Emanuel Todd a proposito dell’evoluzione del rapporto fra Stati Uniti ed Europa ha scritto: “è l’Occidente che divora sé stesso”). Non riesco a darmi altra risposta razionale che non sia quella abbozzata qui: l’impalcatura dell’episteme occidentale, con le sue tecnologie, le sue banche, le sue università, i suoi farmaci, le sue armi di distruzione di massa e i suoi genocidi, è too big to fail.
La recente diffusione delle registrazioni delle riunioni del Comitato Tecnico Scientifico (il famigerato CTS) ha mostrato non solo il fallimento, etico e professionale, di un’intera classe medico-scientifica, ma il risvolto violento della colonizzazione epistemica. Abbiamo infatti assistito a un tipico esempio di prassi coloniale, ma su un doppio livello. Da un lato “l’esperimento” (la campagna vaccinale) è dichiarato all’unisono prioritario per il bene collettivo. Questo è ciò che è avvenuto, a partire dal XIX secolo, nei paesi colonizzati, in primis l’Africa, dove la popolazione locale è stata sempre considerata una grande miniera, oltre che di schiavi, di cavie da laboratorio. Ricordiamo l’affermazione del Tenente Colonnello William Laurie, direttore dell’East African Medical Survey: “The African is a walking pathological museum”. In un sistema coloniale, gli individui sono sempre invisibili. Questo parallelismo è importante perché individua l’atto di scissione fra esperimento e “sperimentato” (l’essere umano). Questo atto è sempre di natura politica – e genera conseguenze politiche. Non è un caso che il caso Camilla Canepa creò un surreale dibattito all’interno del CTS, mettendo in luce le contraddizioni delle scelte operate al suo interno. Dall’altro lato, gli scienziati italiani si mostrano a loro volta subalterni a narrazioni, soluzioni e decisioni che vengono dal cuore dell’Impero e che la politica locale può soltanto recepire. Ricordiamo che ben pochi vaccini europei (e soprattutto italiani) sono sopravvissuti all’ordalia pandemica: alla fine, dopo il ritiro di AstraZeneca e Johnson & Johnson, sono rimasti sul mercato solo due vaccini made in USA: Pfizer e Moderna. Era evidente che si trattasse (e si tratta a tutt’oggi) di un problema geopolitico e che gli USA avessero fatto di tutto per sostenere il farmadollaro.
Mi avvio alla conclusione e lo farò con una nota di ottimismo e apertura. A mio parere il processo che ho tentato di descrivere rappresenta un punto di svolta positivo: il collasso della scienza subalterna al potere e al profitto e scollata dalla realtà, apre spazi inediti per chi è rimasto (fortunatamente!) ai margini del sistema. Dobbiamo impegnarci, tutti e tutte noi che abbiamo consapevolezza di ciò che veramente è accaduto, affinché da questo “collasso intellettuale” possa nascere qualcosa di inedito. Ma nella consapevolezza che alimentare una scissione fra un “noi” e un “loro” contribuirebbe a tenere vivo lo zombie coloniale. Decolonizzare non vuol dire solo recuperare, com’è ovvio, il dialogo e il confronto razionale; non vuol dire delegittimare i legittimatori, ricadendo così nella trappola simmetrica dell’ingiustizia epistemica. Persino concentrarci sullo smantellamento dell’egemonia culturale, economica e geopolitica dell’anglosfera mancherebbe il vero obiettivo. Per avviare un processo di messa in discussione e decostruzione delle basi coloniali e violente dell’episteme occidentale occorre scendere nell’abisso dove la violenza di questa scissione si è formata. Non è escluso che scendendo in questo abisso si possano osservare molte cose che non ci piacciono di noi stessi.
Nel Libro Rosso di C.G. Jung si svolge un breve dialogo fra “Io” e “Il Rosso”, che rappresenta il Diavolo (ma, Jung precisa, “il mio Diavolo”, perché ciascuno ha il proprio). Il cuore di questo dialogo è il significato e il ruolo ambivalente della gioia nella nostra esistenza terrena. Come sempre, Jung non fornisce risposte a senso unico. Il Diavolo qui svolge il ruolo di nostro “doppio” e il confronto è necessario, la fuga, scrive Jung, sarebbe un errore: “Ogni volta che hai la rara opportunità di parlare col Diavolo, non dimenticare di confrontarti sul serio con lui. In fin dei conti, è proprio il tuo Diavolo. In quanto avversario, il Diavolo è l’altro tuo punto di vista, che ti tenta e mette dei sassi sulla tua strada proprio là dove meno ne avresti bisogno. Prendersi cura del Diavolo non significa passare dalla sua parte, altrimenti si cadrebbe in suo potere. Vuol dire invece comunicare con lui. In tal modo ti prendi cura dell’altro tuo punto di vista. Così il Diavolo perde un po’ di terreno, e tu pure. E questo potrebbe essere un bene.”
