La descrizione del cavallo. Saggi sulla scienza malata e la fisica che resiste

da | Mar 13, 2026 | CoscienzeCritiche, Eventi | 0 commenti

Il 20 marzo alle ore 18, presso il caffè letterario HoraFelix in Via Reggio Emilia 89 (Roma), verrà presentato La descrizione del cavallo, un libro pubblicato dalla nostra socia Antonella De Ninno. L’evento è patrocinato dalla nostra associazione e oltre all’autrice sarà presente il Presidente pro-tempore di CsC, Domenico Fiormonte, autore della prefazione che vi proponiamo qui sotto. L’ingresso è libero fino a esaurimento posti.

Noi accademici viviamo spesso nella dissociazione, costruendo discorsi per i nostri pari – libri, articoli, presentazioni a convegni, ecc. – e lezioni, esercitazioni e laboratori, dove, è vero, semplificazioni e imprecisioni abbondano, ma spesso anche efficaci sintesi divulgative. Antonella De Ninno è riuscita nella difficilissima impresa di coniugare rigore scientifico e capacità divulgativa, costruendo un percorso complesso che intreccia, in modo a tratti avvincente (a tratti inquietante), la sua esperienza umana con le sue ricerche sul campo, la politica con l’amicizia, l’incrollabile passione scientifica con una specchiata – e spesso testarda – onestà intellettuale.

È ovviamente un libro sulla scienza, ma anche un libro di filosofia e – chissà se Antonella sarà d’accordo – un libro di poesia. Non voglio dilungarmi oltre sul contenuto, ma vorrei offrire invece una mia personalissima (e per forza di cose limitata) chiave di lettura. Se dovessi riassumere la tesi di fondo di La descrizione del cavallo direi che più che di una “lettera di dimissioni” si tratta di un manifesto politico. Non un testo di politica della scienza né di epistemologia, ma sul ruolo che ha (o dovrebbe avere) la scienza nella vita degli esseri umani. Non un ruolo di guida, ma un terreno di relazioni e conflitti. Da Galileo a Giuliano Preparata, uno dei maestri di Antonella De Ninno, il libro mostra come le lotte per il potere si intreccino alla creazione, gestione e controllo dei saperi. Una “scoperta scientifica” o un esperimento come quello della fusione fredda diventano il campo di battaglia di tensioni e visioni geopolitiche internazionali, dove la scienza, intesa come attività razionale verificabile, sprofonda nel buco nero delle guerre di religione,

Ecco dunque come l’autrice ci aiuta in un’opera di disvelamento della realtà: la nostra esistenza, nel bene e nel male, si svolge più nella dimensione del sogno che in quella della veglia. Per sogno non intendo naturalmente l’attività onirica (prevalentemente) notturna, ma quel complesso di immagini, credenze, idee, discorsi, storie (oggi si preferisce: “narrazioni”), ecc. che informano gran parte dell’agire umano in bilico su quel fragile confine che, da millenni, cerca disperatamente di separare rappresentazioni razionali e visioni irrazionali, “realtà” e “finzione”, “informazione” e “propaganda”, opinione (doxa) e verità (aletheia), scienza e dogma, fatti e allucinazioni. Sono convinto (e forse ne è convinta anche Antonella) che il sogno è sia tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta e spesso anche di essere perduta. Le idee a volte convincono, i saperi educano, ma che cosa ci fa agire – o rimanere immobili – è il sogno. I deliri e le macchinazioni che invadono i media ufficiali non sono solo propaganda o lotta fra presunte ideologie, riflesso degli interessi geopolitici, economici, militari: gli algoritmi dei social ingeriscono, digeriscono e vomitano sogni e incubi (soprattutto questi ultimi), nel senso che proiettano e rappresentano realtà che deve produrre altra realtà, quella vera, cioè legittimata dal potere. Dalle lotte al cambiamento climatico alle manifestazioni per la Flotilla, dai concerti sui balconi durante la pandemia alla difesa del “giardino europeo” dalla barbarie, dal genocidio a Gaza ai file Epstein, il potere crea gli stimoli necessari alla perpetuazione dell’illusione, allontanandoci da ciò che potrebbe davvero cambiare le nostre vite. 

Indubbiamente siamo solo all’inizio di un processo storico di disvelamento della natura irrazionale (e onirica) della macchina razionale (e forse viceversa), ma tornando al sogno: quasi tutti sarebbero d’accordo nel considerare il cinema di Hollywood un potente strumento di propaganda e costruzione dell’immaginario collettivo. Calvino (citato nel libro a proposito della sua fascinazione per la scienza) diceva che la letteratura è “il cinema della mente”, ma più che di una metafora si tratta di un lapsus: i media moderni (pre-digitali) sostituirono i precedenti strumenti di costruzione dell’immaginario, come appunto le arti figurative e la letteratura. Tanto che per far comprendere come funziona la letteratura Calvino ricorre al medium che l’ha scalzata. Si tratta della “vecchia” (ma sempre buona) idea mcluhaniana di come le tecnologie e i supporti di comunicazione plasmino le nostre coscienze, tesi bollata come “determinista”, ma oggi tornata molto in voga. Ma, finché il ricercatore si muove sul terreno delle trasformazioni e manipolazioni, delle violenze culturali ed epistemiche, come ha fatto buona parte della sociologia e filosofia novecentesca (dalla scuola di Francoforte a quella di Toronto, dagli studi culturali a quelli postcoloniali), ecc., in fondo si naviga in acque abbastanza sicure. Il problema nasce quando – come tenta di fare De Ninno – si pretende di estendere la critica del sapere alla legittimità della produzione scientifica, violando così il patto implicito che regge non solo il nostro lavoro accademico, ma gli assunti alla base delle istituzioni ed enti che, di quegli assunti, sono al tempo stesso custodi e matrici. È evidente che esiste un confine che non può essere oltrepassato: e il gioco non può non escludere chi delegittima il gioco stesso. A che pro poi sputare nel piatto dove si mangia? E in fondo la critica all’apparato scientifico, da Michel Foucault a Bruno Latour, è sempre stata tollerata. Queste tesi, tuttavia, riguardavano sempre il passato e non avevano mai veramente affrontato la realtà. Quando durante la pandemia l’agenda biopolitica è divenuta quotidianità e abbiamo visto l’isteria dogmatica impossessarsi dei presidi della scienza (riviste, università, organismi internazionali, ecc.), alcuni compresero che il confine fra verità certificate e finzione, fra Hollywood e Nature, era stato sbriciolato. Da quel momento l’occidente in crisi non è stato più in grado di nascondere il legame tossico fra sapere e potere, svuotando di legittimità il primo e rimuovendo ogni freno inibitorio al secondo – che ha aperto voragini come quella di Gaza e Iran.

Da questo sogno-incubo alcuni, fra cui l’autrice di questo libro (e il sottoscritto), si sono risvegliati grazie alla pandemia e a tutto ciò che ne è seguito. Ma la traiettoria umana e scientifica di Antonella De Ninno, come traspare in questo saggio, ci mostra anche che la nostra capacità di sognare in modo costruttivo e autonomo, pur se indebolita, non è scomparsa. Dobbiamo però accettare che tutte le entità garanti e produttrici di sogni, dunque apparati politico-economici, arti, media, scuola, università, produzione scientifica, ecc. non possono tornare indietro. Il loro destino è segnato e il nostro compito non può essere “ripristinare” ciò che il potere ha usato e violentato a suo piacimento. Cultura, politica, scienza, informazione, istruzione, andranno ripensate e costruite ex novo altrove, come sta già accadendo nei margini invisibili, ma vivi, delle periferie dell’Impero. Essendo consapevoli che storicamente nessuna operazione di costruzione di uno spazio epistemico è stata neutra e pacifica. In un testo che forse avrebbe ben figurato come appendice a questo volume, l’autrice difende l’idea della neutralità dell’Italia in vista delle sempre più probabili guerre: “Sembra un’idea impossibile. Probabilmente è vero, ma nella Storia sono accaduti talvolta eventi considerati “impossibili” grazie esclusivamente alla caparbietà e all’entusiasmo di chi li ha perseguiti.”

Opporsi alla violenza che incombe (che è tutt’altro che la negazione del conflitto, come diceva Aldo Capitini), deve essere il nostro compito, il nostro discrimine. Per questo costruire relazioni fondate sulla giustizia epistemica e la nonviolenza, cioè su saperi democratici, come si argomenta in queste pagine, è la nostra speranza, la nostra meta e l’obiettivo al quale tendere costantemente. La descrizione del cavallo ci aiuta a iniziare con fiducia e consapevolezza questo necessario cammino.

Domenico Fiormonte, Marzo 2026

Post scriptum

Mi è impossibile non ricordare qui Paolo De Santis, collega, amico e fratello maggiore, scomparso alla fine del 2017. Grazie a lui incontrai nel 2013 Antonella ed Emilio Del Giudice e prima ancora Giulietto Chiesa. Fu lui a guidarmi all’interno di una dimensione della realtà – della scienza, della politica, della natura – che ignoravo. Caro Paolo, ci manchi immensamente.